Amedeo Fanciulli - La Magia della Bicicletta, a zonzo in bici e a piedi... lentamente -- Le avventure di un Lupo Solitario da solo, sempre, in bicicletta o a piedi poco importa. Alla ricerca d una piccola oasi di pace e serenità vagabondando tra i sentieri della Natura.
(13.185 visioni dal giorno della pubblicazione, 5 luglio 2012, al 30 giugno 2014; grazie a tuttiiiii!!!!)
Forse il titolo può trarre un pochino in inganno in quanto non trattasi di una vera e propria sfida tra due marche di fornelli che offrono articoli di sicura qualità ma, piuttosto, una comparazione tra due prodotti di queste aziende che uso da anni e che rispondono positivamente alle mie esigenze; ognuno con i propri pregi e difetti ed ognuno che meglio si adatta ad utilizzi diversi.
Il Campingaz Bleuet 270 Micro a sinistra e l'Mrs Pocket Rocket a destra
Parlo del Campingaz Bleuet 270 Micro e dell'Msr Pocket Rocket. Ma iniziamo dal principio. Nel post dedicato al "Kit per cucinare" facevo presente come sia pratica gradita quella di fermarmi dopo aver percorso alcuni chilometri per scaldarmi qualcosa da bere o preparare un pasto. Sempre nella medesima pagina oltre a tutte le attrezzature descrivevo brevemente il fornello a gas che stò utilizzando attualmente e con soddisfazione: il Pocket Rocket della Msr.
La mia "storia", sperimentazione ed evoluzione sull'utilizzo dei fornelli inizia qualche anno fa. Prima quelli ad alcol (uno autocostruito con le classiche lattine tagliate ed incastonate tra loro), l'altro -rubato- dalla credenza di mia moglie e che faceva parte del set della fonduta (regalo di nozze...). Il fornello, come visibile nelle foto, era protetto da un paravento ricavato sagomando delle teglie di alluminio, come distanziatore avevo usato una rete metallica ritagliata su misura e alla quale avevo dato una forma cilindrica e ritagliata ancora in prossimità del manico per permetterne la fuoriuscita. Sopra la rete ponevo un adattatore sul quale poggiava la gavetta. Prime esperienze, discrete ed utili, tutto sommato. Il tempo di cottura lungo dovuto al modesto potere calorico della fiamma con l'impossibilità di controllarla mi spinsero a cercare delle alternative: il fornello a gas. Cuocere adesso diventava facilissimo grazie ad una fiamma potente che riduceva notevolmente i tempi di preparazione del cibo e la possibilità di regolarla permetteva di cuocerlo in modo ottimale. Questi primi fornelli però erano ingombranti dentro lo zaino o nelle borse della bici perché non consentivano di rimuovere il bruciatore dalla bombola uno volta terminato l'utilizzo, ma solo a cartuccia terminata.
Il Bleuet con la cartuccia CV300 ed il paravento autocostruito
E' per questo motivo che dopo un lungo lavoro di ricerca nel web in seguito acquistai il Campingaz Bleuet 270 Micro. Ottimo sotto ogni punto di vista. Fiamma potente con i suoi 1300W di output, corpo robusto con i braccetti reggi pentole cilindrici e sagomati che negli anni ben hanno retto il peso di pentole in escursioni fuori porta con famiglia ed amici, possibilità di separarlo dalla cartuccia anche se questa conteneva ancora del combustibile; abbiamo fatto tante battaglie insieme. Con il crescere dell'esperienza e delle esigenze mi resi conto che presentava delle lacune che a me non soddisfacevano.
Il particolare ed esclusivo sistema di aggancio alle cartucce impedisce l'uso di quelle universali
Intanto era vincolato solo ed esclusivamente alle bombole di gas della casa costruttrice e questa era una forete limitazione ed inoltre la cartuccia più piccola che riuscivo a trovare era la CV300, discretamente ingombrante e pesante (350 g circa); la più piccola CV270 non sono mai riuscito a reperirla. Il corpo del fornello anche se di modeste dimensioni in altezza (10 cm) era anch'esso pesante (poco meno di 200 g) ed inoltre per farlo funzionare adeguatamente in caso di vento dovevo per forza usare un paravento che costruii con con delle teglie in alluminio sagomate a misura. Tutto l'insieme diventava voluminoso ed ancor più ingombrante e pesante. Per le mie escursioni in solitaria avevo bisogno e desideravo un fornello compatto, leggero, di minimo ingombro, semplice da usare, anch'esso con la possibilità di essere rimosso dalla cartuccia una volta terminata la cottura, che non necessitasse di ulteriori utensili per funzionare a dovere come, per esempio, il paravento e con la possibilità di essere alimentato anche con cartucce compatibili e non esclusivamente con quelle prodotte dalla casa madre per una più facile reperibilità.
La scelta cadde sul Pocket Rocket della Msr e a distanza di tempo posso affermare che fu una scelta azzeccata. Il funzionamento è sempre stato garantito anche con temperature rigide e quando soffia il vento svolge egregiamente il suo compito "così com'è". Il peso e le dimensioni sono veramente minime: solo 86 g il corpo che salgono a 113 quando è alloggiato dentro la sua custodia, cm 10 in altezza come il Bleuet che si riducono a 9 con le alette reggi pentole aperte. Per adesso ho usato solamente le cartucce della casa madre trovandomi benissimo con quelle da 125g che pesano 219g ed hanno un modesto ingombro, 7,5 cm in altezza, rispetto alla CV300 che è alta 3 cm in più. Praticamente il kit Bleuet + CV300 pesa complessivamente 532g, rispetto ai 305 dell'Msr con la sua cartuccia piccola. A questo punto tutto sembra volgere a favore del Pocket Rocket per cui il Campingaz pare destinato a rimanere nel dimenticatoio, ma non è così e vi spiego il perché. Iniziamo dal corpo del fornello.
Ok, il Bleuet pesa 100g in più però la sensazione di solidità e robustezza rispetto all'Msr non teme confronti e non è solo una sensazione ma una verità dimostrata dalla pratica. La pentola sul Campingaz intanto poggia su quattro supporti belli "tosti" e ben ancorati al sottostante anello cilindrico, nel Pocket i supporti sono tre e un pò delicatini; sono così flessibili che presto la massima attenzione quando avvito il fornello alla bombola per non rischiare di piegarli così come non ho mai volutamente sperimentato le dimensioni massime del carico indicate nel manuale della casa perchè lo ritengo eccessivo e potrebbe causare dei danneggiamenti.
Stesso discorso per il rubinetto di regolazione dell'intensità della fiamma; anche in questo caso la sensazione di solidità la riscontro unicamente nel Bleuet con la sua bella manopola che si impugna e si manovra con sicurezza al confronto dell'impugnatura del Rocket che è un'asticella sagomata molto sottile e flessibile che si flette non appena sforzo un pò di più. La fiamma è bella potente in entrambi anche se quando ne aumento l'intensità nell'Msr sembra di avere un reattore nell'orecchio a causa della rumorosità che è invece più attenuata nell'altro.
Nel Bleuet i braccetti non si arrossano Notare come l'adattatore inizi l'incandescenza
Inoltre soffre del surriscaldamento delle tre sezioni antivento poste sopra la testa del bruciatore che si arroventano diventando di un colore rossastro così come diventano incandescenti le parti superiori dei braccetti reggi pentole. Oramai ci ho fatto l'abitudine però all'inizio questo evento mi teneva sempre in ansia perchè pensavo che potesse danneggiare il fornello. Il Micro non ha questi problemi però quando tira vento ha bisogno di essere protetto altrimenti la fiamma si abbatte; qui è l'Msr che si dimostra all'altezza della situazione. Più facile ed intuitivo il montaggio e lo smontaggio del Pocket dalla sua cartuccia. Secondo me la possibilità da parte del Rocket di poter utilizzare bombole compatibili oltre a quelle prodotte dalla casa madre è il vero punto di forza di questo fornello che non vincola l'utilizzatore, come nel caso del Campingaz, alla sola ricerca a volte difficoltosa delle bombole dedicate a che a volte non corrispondono alle sue reali necessità. Nel mio caso per esempio mi trovo benissimo con le cartucce da 125g dell'Msr abbondantemente sufficienti per le escursioni di qualche giorno come di solito mi capita. La CV300 va oltre le mie esigenze per cui diventa un carico ed un ingombro inutile. Per dovere di cronaca posso ancora dire che entrambi i prodotti non hanno evidenziato alcun problema di funzionamento con temperature rigide; accensione e costanza della fiamma sempre garantita. In definitiva mi sono trovato di fronte a due prodotti validi ed affidabili ognuno, come dicevo in precedenza, con i propri pregi e difetti. Il Campingaz Bleuet 270 micro anche se più ingombrante e pesante con la CV300 è decisamente più robusto rispetto al suo antagonista il quale però a discapito di una minore qualità per diminuire i pesi non ha bisogno del paravento per funzionare correttamente. Se mi chiedessero quale tipo di fornello porterei nel mio equipaggiamento ne paesi più sperduti del mondo sceglierei senz'altro il Pocket Rocket perché uno "straccio" di cartuccia compatibile per farlo funzionare, anche la più scadente, la trovi sempre a differenza del Campingaz che usa solo ed esclusivamente quelle dedicate di non sempre facile reperibilità. Due prodotti secondo me con filosofie diverse.
Per le mie esigenze in solitaria, per qualche giorno di escursione con una gavetta in acciaio dal peso modesto con un massimo di 400 ml di acqua al suo interno per cuocere 90/100g di pasta o per scaldarmi un caffè o un bel brodo caldo, l'Msr Pocket Rocket non manca mai.
Il Bleuet in azione con una bella padella grande carica di fagioli e cipolla
Quando esco con la mia famiglia per qualche gita in un angolo tranquillo allora le dimensioni e i pesi di pentole e padelle aumentano considerevolmente e a questo punto è il Bleuet 270 Micro che trova alloggio nell'equipaggiamento. Per terminare devo dire che non mi sono mai cimentato nella classica prova di bollitura di un litro di acqua per verificarne il tempo di ebollizione in quanto lo ritengo un dato molto aleatorio, variabile, dipendente dalla durezza e purezza dell'acqua, dalla sua temperatura e dalla temperatura esterna, dall'eventuale presenza di vento, dal materiale costruttivo della pentole e dallo spessore del fondo e poi si presuppone che la fiamma sia al massimo della sua potenza mentre io cucino sempre con la fiamma più bassa per ottenere una cottura adeguata e disperdere meno vapore. Buen camino a todos.... Amedeo
Se c’è una cosa che adoro è quella di fermarmi dopo
aver percorso alcuni chilometri per scaldarmi qualcosa da bere o da mangiare, è
un momento di “intima intimità” che si instaura con me stesso e che mi fa vivere
più piacevolmente il cammino quando riparto.
E’ una pausa rigenerante e ancor più gratificante
quando è freddo o piove perché il fisico e la mente ne risentono benevolmente.
Le mie bevande preferite sono il the, un bel brodo
caldo o le buste di caffè/ginseng solubile; per il cibo tonno con fagioli o piselli oppure un bel piatto di stoccafisso con qualche fetta di pane come visibile in foto.
Certo non è un'alimentazione riportata nei manuali di
ciclismo ma ognuno ha i suoi gusti e poi, per cortesia, non costringetemi ad
ingurgitare quelle odiose, gommose e costose barrette dal sapore indecifrabile
perché contengono maltodestrine e tutta una serie di sostanza chimiche che
aumentano le prestazioni perché proprio non mi vanno giù; una bella fagiolata
calda con del tonno mi appaga maggiormente tanto non devo battere nessun
record.
Questo nel caso di uscite giornaliere.
Durante un viaggio dove la sera ci si trova in un
altro paese consiglio di recarsi in un locale per gustare le specialità del
luogo, in alternativa si può sempre cucinare un pasto caldo nella cucina di un
ostello se questo ne è provvisto.
Ritengo, comunque sia, che un minimo di
autosufficienza anche da questo punto di vista sia importante. Certo che se
abbiamo programmato un viaggio della durata di parecchi giorni non è pensabile
portarsi dietro un intero negozio di generi alimentari, però una scorta di cibo
che copra le esigenze per almeno due giorni è importante portarla perché
durante il percorso possono verificarsi situazioni tali per cui non è possibile
raggiungere il luogo programmato per la sosta, né quello alternativo. Naturalmente
trattasi di cibo non deteriorabile specie con il caldo. La scorta vale anche e
soprattutto per l'acqua e una borraccia da almeno un litro deve essere lasciata
sempre e solo a disposizione per eventuali emergenze.
Con il tempo mi sono assemblato un kit per cucinare
che porto sempre dentro la borsa dato il peso e l’ingombro contenuto ed è
composto da:
- un fornello a gas
Msr Pocket Rocket;
- una bombola di gas Msr da 125g/220ml;
- gavetta / pentola + coperchio;
- bicchiere / pentolino;
- piatto + sacchetto protettivo;
- forchetta e cucchiaio;
- scolapasta;
- grattugia;
- accendino;
- manico;
- panno in microfibra, spugnetta + qualche foglio di
scottex;
- contenitore.
Alcune considerazioni sul kit.
- Avevo bisogno di un fornello compatto, leggero, di
minimo ingombro, semplice da usare, che avesse la possibilità di essere rimosso
dalla bombola una volta terminata la cottura, che non necessitasse di ulteriori
utensili per funzionare a dovere come, per esempio, il paravento e con la
possibilità di essere alimentato anche con cartucce compatibili e non esclusivamente con quelle
prodotte dalla casa madre.
La scelta cadde sul Pocket Racket della Msr e a
distanza di tempo posso dire che fu una scelta azzeccata.
Il funzionamento è sempre stato garantito anche con
temperature rigide e quando soffia il vento svolge egregiamente il suo compito.
Del fornello parlerò più dettagliatamente in un
apposito post.
-La gavetta / pentola è in acciaio perché non cuocio
nell’alluminio che è dannoso per la salute. Per diminuirne il peso rimossi il
manico che serviva a tenere pressato il coperchio nella parte superiore
segandolo in prossimità dell’attacco al corpo della gavetta dopodiché
carteggiai l’area per eliminare i residui metallici. Dopo alcune prove ho
verificato che con 400 ml di acqua riesco a cuocere un etto di penne a patto di
controllare l'intensità del fuoco, di mescolare ad intervalli brevi e regolari
la pasta affinché non si attacchi e di usare il coperchio per evitare troppa
dispersione di vapore.
Il coperchio non è quello originale in acciaio ma è formato
da un foglio di carta da forno ripiegato su se stesso e largo quel tanto che
basta per coprire quasi tutta la parte superiore della pentola.
Le dimensioni utili sono cm 12 di diametro interno e cm 6 di
altezza.
-Anche il bicchiere/pentolino è in acciaio e contiene 300 ml di liquido. Lo uso per scaldare le bevande. E' molto comodo inoltre per riporre alcune attrezzature del kit. Dalla foto si vede come contiene agevolmente il fornello e la sua custodia, la forchetta ed il cucchiaio, il panno in microfibra ripiegato e la spugnetta.
- Il piatto invece è in alluminio, leggerissimo, con
un diametro di cm 15,5 e per evitare graffi sulla sua superficie lo ripongo
all’interno di un sacchettino di plastica.
- Forchetta e cucchiaio ugualmente in alluminio. Molto
leggeri ho provveduto a segare il manico in eccesso ad entrambi e ad affinarne
i bordi risparmiando soprattutto in ingombro.
- Lo scolapasta è un colino con il bordo in plastica
con il manico che ho ritagliato a misura quel tanto che basta per reggerlo con
due dita. Il sottostante reticolato di scolo è flessibile e, di conseguenza,
meno ingombrante. Lo proteggo avvolgendolo in un sacchettino.
- Dal momento che mi piace mangiare la pasta
specialmente le penne e con abbondante "spolverata" di parmigiano mi
sono procurato una grattugia piccola di quelle usate per grattare la noce
moscata che svolge ugualmente bene il compito anche con il formaggio. E' alta 5 cm.
- L'accendino è del tipo piezo perché mi permette
l'accensione anche con le dita umide o bagnate cosa che non succede con quelli
a pietrina. Lo preferisco, inoltre, con l’involucro trasparente per verificare
il livello del gas nel serbatoio.
- Il manico in alluminio lo uso per reggere la gavetta
o il pentolino quando sono caldi.
- Un panno in microfibra, una spugnetta più qualche
foglio di scottex per lavare, pulire e asciugare.
Il kit lo ripongo all’interno di un contenitore in
ceratina impermeabile chiuso con zip.
Lo stivaggio non è mai casuale ma segue un preciso
ordine e cioè:
a destra compongo una pila formata dal piattino all’interno
del sacchetto protettivo con sopra i fogli di scottex e poi ancora la gavetta
al cui interno prende posto lo scolapasta dentro il sacchetto e al suo interno la cartuccia del gas con
l’accendino e la grattugia.
Nella parte sinistra ripongo il bicchiere dove al suo
interno ho già sistemato il fornello con custodia, il panno ripiegato, la
spugnetta ed il cucchiaio con la forchetta. Il bicchiere lo inserisco per lungo
e con il manico girato verso l’interno.
Da ultimo inserisco il manico nella parte centrale.
Il peso complessivo di tutto il kit è di 680 g
con la bombola del gas completamente piena.
"In Cammino", nei miei intendimenti, vuole essere una sezione che tratta del gesto più semplice e naturale che da sempre accompagna l'umanità sin dai suoi albori; quello del -Camminare-, dello spostamento a piedi, lentamente.
In una realtà sociale dove la giornata di una persona inizia la mattina con la messa in moto del veicolo a motore e finisce con lo spegnimento dello stesso quando la giornata volge al termine, dove l'apatia al movimento, la pigrizia, la fretta oramai hanno il sopravvento il camminare lentamente, secondo me, è un modo per riappropriarsi di una realtà che oramai è definitivamente perduta.
Adoro spostarmi in bicicletta per tutte le sensazioni che riesco a percepire ma quando lo faccio camminando, e lentamente, entro in contatto con la parte più profonda di me stesso.
Il camminare lento, la respirazione profonda e cadenzata, mi restituiscono una realtà vera che non percepisco con altri mezzi, una realtà fatta di particolari mai notati in precedenza, di colori, di sfumature, di relazioni con gli altri, di rispetto per l'ambiente circostante.
Ed è gratificante osservare come i pensieri negativi che generano stress si dileguino e la mente si concentri sull'immediatezza che sto vivendo generando calma e serenità.
E non c'è bisogno di solcare un sentiero della Via Francigena o del Cammino che conduce a Santiago per vivere queste sensazioni.
Basta uscire qualche mattina da casa e recarsi al lavoro a piedi; i risultati sono semplicemente sorprendenti.
Andata: Marsiliana - Scansano transitando per la Strada dell'Aquilaia e la Strada dei Salaioli sino al Convento di San Pietro al Petreto (che si trova al termine del centro urbano di Scansano).
Ritorno: Convento/Scansano - Marsiliana transitando per Pereta e Magliano in Toscana.
Premessa
Il percorso si snoda su strade asfaltate, secondarie per l'andata, dove il traffico veicolare è modesto e comunque sia mai pesante.
La caratteristica principale di tutto il tragitto (specie l'andata) è quella di pedalare immersi nella campagna, in un paesaggio collinare fatto di grandi spazi che si aprono agli occhi di chi lo percorre, di campi coltivati, orti, oliveti, animali al pascolo, natura spontanea, tanta aria buona da respirare e tanti silenzi da ascoltare.
Altra caratteristica è la pendenza costante, anche se non particolarmente impegnativa, che inizia poco dopo aver lasciato l'abitato di Marsiliana e che si protrae fino a quello di Scansano in un susseguirsi, però, di saliscendi (più sali che.... scendi) che si fanno particolarmente impegnativi dal 13° chilometro in avanti.
Si tratta di tornanti e "strappi" di 300-350 metri con pendenza importante che mette a dura prova le gambe.
Poi la "ciliegina sulla torta" qualche chilometro prima di Scansano rappresentata da una bella discesa ripida di circa un chilometro e mezzo che si ripaga con tre chilometri di salita con pendenza niente male e con alcuni strappi "dolorosi".
Tutt'altra condizione al ritorno praticamente tutto in discesa ed in piano fino a Marsiliana per un complessivo di circa 56 chilometri che reputo una distanza ottimale che permette di pedalare tranquillamente per ammirare tutto ciò che si incontra durante il cammino, per registrare sensazioni ed emozioni sul diario di viaggio, per conversare con chi si incontra, per visitare i luoghi del transito insomma, per godersi il viaggio consapevolmente perché l'importante, secondo me, non è il raggiungimento della meta finale quanto ciò che sta nel mezzo.
Ho pensato di fare cosa gradita e utile nel pubblicare la cartina dove il percorso dell'andata e contrassegnato con il tratto blu, mentre quello del ritorno è in rosso. Attenzione, la mappa non è in scala e da un'idea solo approssimativa del tragitto pedalato così come il progressivo chilometrico riferito a punti di particolare interesse come bivi o incroci è da intendersi a puro titolo informativo.
Descrizione del percorso
Il "cammino" inizia in prossimità del piazzale antistante la Chiesa di Marsiliana, un piccolo e tranquillo borgo in miniatura del Comune di Manciano contornato dalla macchia mediterranea e su cui si erge la mole del Castello Orsini. Sole caldo e aria fresca, condizioni ideali per pedalare se non fosse per un forte vento frontale/laterale che mi accompagnerà per tutto il tragitto.
Superato il ponte sul fiume Albegna che immette nel Comune di Magliano in Toscana arrivo ad un bivio (km 1,350) dove evito di imboccare la strada principale in direzione Scansano per preferire la percorrenza sulla Strada dell'Aquilaia.
Da subito la strada inizia a salire con pendenza non eccessiva ma costante assumendo, inoltre, le caratteristiche indicate in premessa. Tanta campagna e vita di campagna contornata da un susseguirsi di paesaggi collinari che fanno da cornice al mio pedalare. Quello che mi "sorprende" è il silenzio e la tranquillità che si percepisce tutt'intorno mentre ampi spazi si aprono di fonte a me.
Parallelamente iniziano i primi saliscendi facili per il momento e che sono da prologo a quelli molto più impegnativi che affronterò tra qualche chilometro.
Il cammino continua con queste caratteristiche sino a quando giungo ad un altro bivio al km 9,100 circa e anche in questo caso evito la direzione principale per Scansano perché ho intenzione di pedalare quella più suggestiva e caratteristica, anche se più impegnativa, dei Salaioli.
Stradina stretta con asfalto rugoso in piano e falsopiano e che ancor più si immerge nella campagna. Arrivo al km 12,850. La strada riprende la pendenza che è più accentuata rispetto a quella dei chilometri precedenti e con un susseguirsi costante di tornanti e strappi importanti intorno ai 350 metri che mettono a dura prova le gambe. Procedo con fatica che però è ampiamente ripagata dalla campagna, dalla flora e dalla fauna nella quale sono immerso.
Poi la pendenza si addolcisce e poco dopo entro nell'abitato dei Salaioli (km 14,500). Non c'è nessuno, silenzio totale, un'unica stradina che lo attraversa e che costeggia le varie proprietà. Le abitazioni però non sono dei contadini del luogo, troppo raffinate, abbellite e curate nei particolari. I soliti abbienti hanno individuato questo posto tranquillo e solitario e non si fatti scappare l'occasione di comperare i fondi per poi ristrutturarli a loro piacimento; la potenza dei soldi.
Riprendo a pedalare con la strada ancora immersa nella campagna e che mantiene inalterate le caratteristiche di prima. Finalmente un bel tratto in discesa che da un pò di respiro alle gambe. Ma la discesa dura troppo: Scansano è in alto, non in basso. Sono sceso per circa un chilometro e mezzo che ripago, come già scritto in premessa, con circa tre chilometri di salita, con pendenza che è dura, anche perché le gambe sono stanche, e con alcuni strappi veramente " dolorosi. Poi il cartello stradale che indica l'inizio del centro urbano di Scansano (km 21,300) e poco dopo un bello scorcio del borgo.
Mi fermo in una piazzetta stanco e sudato, un rapido cambio della maglia e del sottocasco, uno spuntino, un breve tour per la cittadina....
....dopodiché mi indirizzo verso il Convento del Petreto.
(km 24) Il Convento è una struttura incantevole che si trova in alto rispetto al paese e dal quale si gode un panorama stupendo. In parte è proprietà privata mentre per il restante della struttura e la chiesa bisogna prendere accordi con il parroco del luogo per poterlo visitare; peccato.
Adesso è arrivato il momento di tornare indietro. Pereta si raggiunge in un attimo. Lasciato Scansano percorro due chilometri in discesa, altri due in pendenza modesta e poi ancora discesa su una strada che in parte transita all'interno di un bosco mentre per il restante attraversa la campagna coltivata dove risaltano agli occhi ampie zone colorate di un verde intenso di cui si respirano i profumi. Paesaggio molto suggestivo e calmo che mi accompagna fino alla porta di ingresso del borgo (km 35,670).
Poco oltre scorgo dei vecchi lavatoi in disuso (km 36,240) dove ne approfitto per la sosta pranzo.
Magliano in Toscana dista circa sette chilometri che in discesa si percorrono in brevissimo tempo, con gli stessi scenari già vissuti in precedenza per recarmi verso Pereta e con qualche simpatico incontro lungo il tragitto.
Il cartello stradale di ingresso (km 43,070) immette in una rampa che conduce al centro storico dal quale si accede attraversando Porta Nuova e dove si erge l'imponente cinta muraria che è possibile visitare usando l'apposito camminamento.
Magliano lo conosco bene, l'ho pedalato più volte ed è per questo che non perdo l'occasione per fermarmi ancora una volta in Piazza della Repubblica (km 43,800) per visitare la Chiesa di S. Giovanni Battista che mi coinvolge molto per i suoi antichi affreschi murari, per la statua della Madonna col Bambino e della Madonna Addolorata che si trova nella cappellina accanto.
Esco dal borgo passando sotto un'altra porta per immettermi su una strada a percorrenza principale che abbandono poco dopo preferendo una stradina secondaria (km 45,630) che mi condurrà al luogo dal quale sono partito.
Un chilometro e trecento metri circa è lo spazio necessario per raggiungere un nuovo incrocio dal quale, percorrendo poche centinaia di metri di sterrato, si raggiungono le rovine di ciò che rimane dell'antica Chiesa di S. Bruzio che è possibile ammirare solo esternamente. Una recinzione, infatti, ne impedisce l'accesso all'interno per motivi di sicurezza in quanto l'intera struttura è pericolante.
Riprendo il cammino sempre immerso nella serenità della campagna maremmana con alcuni chilometri di saliscendi che si percorrono bene e poi discesa fino al km 53,600 dove si chiude l'anello perché mi ricongiungo con l'incrocio della strada dell'Aquilaia imboccato all'andata. Da quel punto ancora due chilometri in piano per raggiungere nuovamente Marsiliana dove il computer di bordo segna una percorrenza complessiva di km 55,600 che riporto solo a titolo informativo in quanto non ha importanza, secondo me, conoscere la distanza percorsa e la velocità sostenuta, quanto le emozioni e le sensazioni che si percepiscono e si vivono durante il viaggio.
Trasferimento da Porto S. Stefano ad Orbetello Scalo
E’ buio quando inizio a pedalare, mancano pochi minuti alle 6.
13 kmper trasferire la bicicletta da Porto S. Stefano alla Stazione ferroviaria di Orbetello Scalo dove ho appuntamento con un treno che mi condurrà a Buonconvento, punto di partenza del mio viaggio di due giorni sulle strade della Via Francigena fino a Bolsena.
13 km di pedalata che vivo con un senso di inquietudine. Le forature sono sempre in agguato e, sostituire una camera d’aria alla luce di una lampadina e con la bicicletta carica di bagagli come un mulo, significherebbe perdere dei minuti preziosi che potrebbero causare la perdita del treno.
Fortunatamente non si verifica alcun imprevisto.
Il treno parte in orario alle 6,52 previste.
Durante il tragitto approfitto per sistemare nelle borse ciò che mi è servito per la pedalata in notturna (lampada frontale, manicotti rifrangenti, cintura rifrangente con fanalino a led intermittenti), per visionare ancora una volta il road book che mi sono preparato, per scrivere alcuni appunti sul diario del viaggio, per rilassarmi.
Intanto dal buio si passa gradualmente al chiaro.
Spirit è parcheggiata di fronte a me ed insieme godiamo dei paesaggi che velocemente scorrono dal finestrino come le immagini di un film.
Lunedì 20 ottobre 2008
Tratto Buonconvento – Radicofani
Buonconvento è un piccolo borgo con poco più di 3000 abitanti attraversato dalla Via Francigena. Il suo nome deriva dal latino Bonus Conventus che significa luogo felice, fortunato; spero sia di buon auspicio.
E’ una stupenda giornata di sole con l’aria fresca e frizzante; condizioni ideali per pedalare.
Dalla stazione mi reco alla vicina Caserma dei Carabinieri per l’apposizione del primo timbro sulla Credenziale del Pellegrino (Charta Peregrini). E’ il primo tassello di un più ampio mosaico che spero di completare nel tempo.
Ripongo la Credenziale nella borsa anteriore come fosse una reliquia e, dopo aver pedalato un poco per le vie del paese imbocco la via maestra, la Cassia, con direzione Roma.
Anche se il traffico veicolare è modesto dopo circa 7 kmdall’uscita di Buonconvento svolto a destra per immettermi in un tratto di campagna dove percorro uno sterrato per qualche centinaio di metri.
La strada inizia a salire e lo sterrato diventa tratturo di campagna. Il terreno è scavato dal transito dei trattori e visibili sono le impronte lasciate dalle ruote degli stessi. Inoltre, non è compatto bensì soffice e con l’aggiunta di breccia e sabbione.
Riesco a pedalare ancora per un centinaio di metri dopodiché mi fermo.
A causa della pendenza della salita e del peso contenuto nelle borse posteriori, la bicicletta ha la tendenza ad impennarsi e anche se sposto il peso del corpo in avanti per mantenerla a terra procedo poco e a fatica. Il pneumatico posteriore appena dentellato slitta sul terreno friabilee sempre a causa del peso che grava sopra tende ad infossarsi; procedere diventa problematico.
Decido di spingere la bicicletta a braccia e lo faccio per circa 100, 150 metri con grande difficoltà e fatica. Le scarpe perdono in aderenza, la bici è pesantissima, fa caldo e sono sudato.
L’intento è di arrivare sulla sommità della collinetta dove scorgo un casolare, per verificare l’andamento del terreno ed il suo stato e per decidere se continuare oltre o, eventualmente, tornare indietro.
Accavalletto la bicicletta per procedere a piedi ed arrivato sulla sommità ho visione della parte opposta. Il terreno non muta la sua morfologia quindi reputo saggio tornare indietro per imboccare nuovamente la Cassia che mi condurrà fino a Torrenieri.
In questo borgo Sigerico, nel viaggio di ritorno da Roma verso Canterbury, fece la dodicesima sosta e nel suo diario lo indica con il nome di Turreiner. Attraverso la cittadina e sosto di fronte la Chiesa di S. Maria Maddalena, Patrona della Via Francigena;ne approfitto per scattare qualche foto e visitare la Chiesa.
Riprendo il viaggio indirizzandomi verso S. Quirico d’Orcia, pedalando tra campi coltivati e tanta natura.
Arrivo alle ore 11,20 dopo 7 km di salita con pendenza costante che tiene le gambe sempre sotto sforzo.
E’ la dodicesima tappa del viaggio di Sigerico.
Sono sudatissimo e sento bisogno di trovare un luogo tranquillo per rifocillarmi un poco e per cambiarmi le maglie; l’Horti Leonini, un giardino realizzato intorno al 1580 sembra adatto allo scopo.
In seguito mi dirigo nel centro storico dove si trova la bella collegiata romanica che visito e fotografo.
Di nuovo in marcia con direzione Vignoni. Le indicazioni stradali mi aiutano ad uscire dal paese e poco dopo inizia lo sterrato dove noto i segnali di colore bianco e rosso della Via Francigena; sono i primi che vedo.
Vignoni mi accoglie con la sua torre.
Poco oltre Vignoni alto, una manciata di case caratteristiche tutte in sasso, pietra e muratura. All’interno del borgo non esiste la segnaletica stradale poiché, a causa della ristrettezza dei vicoli, il transito veicolare è inesistente. Per le vie non c’è nessuno, solo qualche gatto all’inizio del paese.
Calma, pace e serenità sono le sensazioni che provo. Silenzio assoluto e aria pulita mi circondano.
Adesso, di fronte a me la Porta est e, a sinistra, l’antica Chiesa di S. Biagio che non posso visitare perché è chiusa.
Torno indietro per raggiungere sullo stesso sterrato lasciato prima, Bagno Vignoni. La discesa è ripidissima e, nonostante cerchi di modulare la frenata, la bici sbanda continuamente. Spirit, bicicletta da turismo, dimostra tutta la sua inadeguatezza su questi terreni.
I suoi pneumatici, stretti e dal profilo prevalentemente stradale, fanno fatica a reggere su terreni sterrati sia in salita dove arrancano poco sia in discesa dove hanno poca presa (specie quando devono sopportare un forte peso). Conseguentemente la fatica si riflette su chi guida, sempre in tensione per mantenerne il controllo e non cadere rovinosamente per terra.
Ad ogni modo vado avanti.
Bagno Vignoni, anch’essa con case identiche a quelle di Vignoni Alto, è nota per le sue terme. Nella Piazza delle sorgenti, la grande vasca termale.
Ciò che noto subito è la grande quantità di locande, osterie e trattorie, una di seguito l’altra, e una moltitudine di turisti che le riempiono.
Gallina è 6 Km più a sud. Approfitto di una panchina all’interno dei giardini pubblici per riposare un poco e per mangiare; un buon caffè al bar e poi nuovamente in sella.
Tra qualche chilometro so che troverò il bivio per Radicofani dove inizia la salita; la…. “famosa" salita di Radicofani.
Durante il tragitto ripenso alle parole di Don Elia, il Parroco di Radicofani, amico dei Pellegrini, che avevo contattato qualche giorno prima della partenza per ricevere ospitalità presso lui.
“Sai che abbiamo otto chilometri di salita?” mi dice – “lo so” rispondo; “e lo sai” continua “che abbiamo dei tratti con il 20% di pendenza?”.
Accidenti, questo non lo sapevo davvero non avendo avuto modo di visionare le altimetrie. Spero che Don Elia abbia esagerato, che la salita non sia poi così tanto dura, che abbia pietà di un povero Pellegrino che ha già alle spalle 57 km tra salite e sterrati e con al seguito diciotto chili di equipaggiamento.
Ecco, ci siamo, imbocco il bivio e poco dopo, davanti a me, la strada inizia subito a salire. L’affronto con un senso di timore e rispetto.
Mi pongo degli obiettivi: pedalare per un chilometro e mezzo, massimo due, per poi riposare tanto non mi corre dietro nessuno….
La salita è dura, veramente difficile e non smentisce le parole di Don Elia.
Sono stanco, il respiro affannoso, le gambe intorpidite e quasi non me le sento più. Eppure continuano a pedalare, ad andare avanti, a macinare metro dopo metro. Mi fermo dopo 6 km. perché sono veramente esausto.
“E’ da 6 km. che ti sto rincorrendo e ancora non ti ho raggiunta” grido indirizzandomi verso la torre che mi guarda dall’alto. A meno di un chilometro dalla fine la sosta è d’obbligo perché lo scorcio da fotografare era troppo interessante e poi, finalmente, il cartello stradale che indica l’inizio del centro urbano di Radicofani.
Dio sia lodato, ce l’ho fatta.
Ospitalità, cordialità e disponibilità è il profumo che aleggia tutto intorno a me e la signora Zaira vince in questo.
Trova una collocazione per la bicicletta, mi apre le porte dell’Ospitale, mi illustra i vari servizi, si intrattiene a conversare con me, si prodiga ancora affinché mi senta perfettamente a mio agio.
E’ l’accoglienza che la gente di Radicofani riserva ai Pellegrini di passaggio ed, in cambio, un unico pegno da pagare: un sorriso, una stretta di mano vera, un…. “arrivederci….”.
Grazie veramente.
Dovrei sentirmi stanco ed invece non è così. Evidentemente l’adrenalina che finora mi ha consentito di vincere le difficoltà della giornata odierna continua ancora la sua efficacia. Sono freneticamente impegnato e quasi non me ne accorgo. Dopo la doccia esco in paese per l’approvvigionamento di acqua e qualche genere alimentare.
In seguito, nell’Ostello, la preparazione della cena, abbondante e che letteralmente divoro, la preparazione del sacco a pelo per la notte, la sistemazione delle borse per il giorno dopo, la trascrizione di alcuni appunti sul diario di viaggio, un ulteriore sguardo al road book.
Sono solo nell’Ospitale e questa solitudine la vivo positivamente giocando con la moltitudine di pensieri che, a vicenda, si alternano nella mente.
Penso alla mia famiglia che ho sentito poco prima al telefono, a Don Gino, il Parroco del mio paese, mentre recita la preghiera del Pellegrino benedicendomi il giorno prima della partenza, a quanto siamo fortunati noi Pellegrini “moderni” con tutte le facilitazioni a cui possiamo fare affidamento rispetto a quelli di “una volta” che, invece, dovevano far fronte a tanti disagi e a tante insidie naturali e non.
Anche il tanto bagaglio che trasporto nelle borse forse è in contrasto con lo spirito di essenzialità del Pellegrino che, confidando nella generosità altrui, portava con se nella borsa di pelle il minimo indispensabile e che era sempre pronto a condividere con altri Pellegrini.
Su consenso di Don Elia, sentito precedentemente al telefono, appongo sulla Credenziale il timbro che attesta il mio passaggio. Si trova sopra un tavolo posto in una della stanze dell’Ospitale.
La struttura è stata inaugurata con una funzione celebrata da Don Elia in data 29 giugno 2007, in occasione della festività di S. Pietro e Paolo ed è gestito dal personale della locale Confraternita della Misericordia.
Precedentemente la sua apertura era lo stesso Parroco ad ospitare i Pellegrini di passaggio nei locali della parrocchia ed è per questo che è amico di tutti i viandanti; ospitalità povera ma cordiale.
Martedì 21 ottobre 2008
Tratto Radicofani – Bolsena
Mi alzo presto sentendomi perfettamente in forma.
Dopo aver risolto un problema al freno posteriore sinistro e rimontato le borse sulla bici, finalmente ho il piacere di conoscere Don Elia.
Mi racconta di Radicofani, della calma –desolante- che la circonda, della Chiesa, dei Pellegrini.
Il suo è un parlare dolce e calmo che infonde serenità in chi lo ascolta. E’ proprio come l’avevo immaginato; un amico da sempre anche se conosciuto pochi istanti prima. Mi consiglia inoltre di procedere verso Ponte a Rigo percorrendo direttamente la Cassia. Il tratto sterrato che indica e che si congiunge in quel punto non è adatto alle caratteristiche della mia bici. “Non cambia nulla allo spirito del viaggio”, aggiunge. Seguirò il suo consiglio.
I saluti, una stretta di mano, un arrivederci. E’ una mattinata un po’ nebbiosa anche se la temperatura è mite.
Dopo una passeggiata tra i vicoli del borgo visito la vecchia Chiesa di S. Pietro Apostolo, di architettura romanico – gotico dell’Amiata, interessante per la varietà di opere d’arte che racchiude databili tra il 1400 ed il 1500. Poi la partenza e quasi mi dispiace perché stavo bene in questa condizione di assoluta calma e tranquillità desolante, per dirla con Don Elia.
Ma il viaggio continua e tra circa 17 kmlasceròla Regione Toscana per entrare nel Lazio, nell’Alta Tuscia che tanto adoro.
La salita di Radicofani che ieri si era prodigata tanto nel farmi soffrire adesso è amica e mi ripaga, dalla parte opposta, con 9 km di discesa veloce. Mantengo invece una velocità moderata avvertendo, nella parte posteriore, dei piccoli sobbalzi; è un principio di ovalizzazione del cerchione, forse qualche raggio si è allentato. Proseguo.
Altri 4 km in piano e mai avrei pensato di incontrare ciò che è visibile nella foto.
Una fabbrica orrenda con le sue ciminiere che fumano chissà quali orrendezze nell’aria e nell’ambiente circostante. Volevo transitare oltre, scappare via, ma la tentazione di documentare è stata più forte. Pensavo che in queste zone, fatte di borghi antichi e di tanta natura incontaminata, il tempo si fosse fermato che la tecnologia avesse in parte risparmiato il suo quotidiano infierire sull’ambiente ma, evidentemente, non è così; peccato.
Ponte a Rigo è senza storia.
La vecchia Cassia è laterale ed il paese rimane tutto alla sua sinistra. Vedo qualche fabbrica minore; continuo. In prossimità del ponte incrocio lo sterrato che partiva da Radicofani e, dipinta su un blocco di cemento, l’icona del Pellegrino francigeno. Le due strade, adesso, si congiungono con un’unica direzione: Acquapendente.
La pedalata è piacevole, grazie alla Natura che mi circonda, al transito veicolare modesto e al sole caldo che illumina, con i suoi raggi, la strada che percorro.
Attraverso il fiume Paglia transitando agevolmente sul Ponte Gregoriano. Mi ricordo dei miei pensieri la sera prima a Radicofani. Per i Pellegrini di un tempo l’attraversamento del fiume rappresentava, forse, il momento più difficile del viaggio e tanti furono coloro che morirono a causa dell’impeto delle sue acque. I viandanti defunti ritrovati venivano seppelliti nella vicina Chiesa di S. Giacomo. Fu il Papa Gregorio XIII ad ordinare la costruzione di un ponte intorno all’anno 1578 che permettesse ai Pellegrini l’attraversamento del fiume senza conseguenze mortali. Il ponte costruito prese il nome dal Papa che lo aveva voluto.
Poco oltre un antico cippo indica le direzioni per Acquapendente a sinistra e per Proceno a destra. E’ visibile, inoltre, la segnaletica della Via Francigena e del “Sentiero dei Briganti” che mi attira molto.
Arrivo all’ormai vicina Acquapendente per una strada alternativa alla Cassia immersa nel verde più assoluto.
Conosco la cittadina che attraverso seguendo sempre le attente e precise indicazioni della Via Francigena fino ad arrivare nel piazzale antistante la Basilicadel SS. Sepolcro. Foto e di nuovo in sella.
Esco dal paese e, dopo aver percorso qualche centinaio di metri, bivio a sinistra per Torre Alfina.
La pedalata fino a Bolsena, transitando per S. Lorenzo Nuovo, la vivo con un senso di nostalgia che mi porta indietro nel tempo di due anni quando, nell’ottobre del 2006, era il 17, la pedalai per la prima volta.
Rivivo le stesse sensazioni ed emozioni, ritrovo la stessa natura incontaminata e ascolto lo stesso silenzio che mi da modo di riflettere e pensare (chissà dove sarà, adesso, quel ragazzo francese con lo zaino….?).
Ripercorro gli stessi sterrati con le medesime difficoltà e mi incanto nuovamente alla vista del lago. Pedalo, mi fermo, mangio, pedalo ancora, in un susseguirsi di scariche adrenaliniche che mi fanno sentire “carico”; la stanchezza non so cosa sia.
Potenzialmente, da questo punto in poi, potrei dirigermi verso tutti i luoghi del mondo, attraversare strade, sterrati, deserti, ghiacciai, montagne pedalando per migliaia e migliaia di chilometri senza fermarmi mai, andando avanti sempre e comunque, fino a sbriciolare i copertoni, a polverizzare i cerchioni a continuare a piedi con la bicicletta in spalla se necessario.
Andare avanti sempre perché il viaggio continua; -sempre-.
Il tragitto si compie senza incidenti alcuno fino ad arrivare di fronte la Basilica di S. Cristina.
Spirit ed il suo conducente, a distanza di due anni esatti, sono nuovamente li, nello stesso punto, di fronte il portale della Collegiata; che soddisfazione e che emozione.
Un ulteriore timbro sulla Credenziale è la conclusione di un capitolo di un più vasto romanzo, intitolato “La Via Francigena”, che spero di continuare a leggere con il tempo.
Come in passato mi perdo a vagare tra le navate della Basilica, all’ingresso delle catacombe, nei mille punti santi di questa opera religiosa che mi affascina, di fronte l’Altare maggiore dove, raccolto, recito una preghiera di ringraziamento alla Madonna per il felice esito del mio viaggio.
Come in passato Spirit, impaziente, aspetta il mio ritorno.
Bolsena, cittadina calma e tranquilla, è troppo bella per non perdersi a pedalare nei vicoli del suo centro storico. E allora, di nuovo in sella. E poi la ciclabile che costeggia il lago con le panchine che t’invogliano a sederti. E’ proprio su una di queste, mentre mi rifocillo un poco, che sento ancora di più l’attrazione per questo borgo dove abitualmente mi reco in vacanza con la mia famiglia e dove abiterei volentieri.
Avverto una calma assoluta intorno a me rotta, ogni tanto, dal leggero sciabordio delle placide acque del lago che accarezzano la riva e che mi fanno compagnia.
Adesso pedalo nuovamente sulla Cassia, a ritroso questa volta, per giungere dopo circa tre chilometri all’Agriturismo “Dolce Vita” ospite della signora Romina che lo gestisce e nel quale mi reco da anni in vacanza.
L’accoglienza, come sempre, è semplice e cordiale. Il silenzio e la pace che regna in questa struttura non ha eguali e sono le condizioni appropriate alla mia persona, al mio carattere e che cerco sempre più con il passare degli anni. Inoltre, in questo momento, sono l’unico cliente presente quindi sono nella solitudine più completa che non mi spaventa; anzi.
Sono un Lupo Solitario, lo so, ma sono momenti dei quali sento la necessità per caricarmi, per pensare e riflettere.
Come già accaduto a Radicofani la sera precedente, non avverto la stanchezza. Per prima cosa tolgo le borse posteriori per alleggerire il peso sul cerchione che soffre un poco; fortunatamente l’ovalizzazione è rimasta invariata. Poi una bella doccia che mi tonifica, la cena, la trascrizione sul diario della giornata odierna con le emozioni che rivivo e una bella dormita completano il tutto.
(N.B.: volutamente nel tratto Acquapendente – Bolsena non ho scattato foto perché già fatto due anni prima e la trattazione del percorso e stata solo a livello emozionale. Il lettore che volesse visionare qualche foto e leggere il racconto più dettagliato del percorso, lo può fare sempre su questo blog dove è presente il resoconto della Francigena del 2006).
Mercoledì 22 ottobre 2008
Da Bolsena a Porto S. Stefano. Rientro a casa
E’ una stupenda giornata di sole caldo; la mia Francigena è terminata ed oggi si ritorna a casa con una bella pedalata di circa 100 km.
Parto presto e con il cuore in gola. Mi sarebbe piaciuto proseguire verso Montefiascone e Viterbo ma so con certezza che avrei fatto del male alla mia bici che non è adatta per quel tipo di strade dove è d’obbligo una mtb con ruote grasse e, magari, meno bagaglio.
Saluto il lago e mi dirigo verso Gradoli, un bello strappo di circa 5, 6 Km. in salita e poi salita e ancora salita con tornanti difficili verso Pitigliano. L’acido lattico accumulato incomincia a farsi sentire ma le gambe procedono bene; nulla le spaventa ormai dopo aver affrontato e vinto Radicofani.
Pitigliano lo lascio alla mia destra a circa 7 km prima per imboccare un bivio a sinistra che mi condurrà verso Manciano.
La strada è più agevole, in piano, falsopiano e, a volte, in leggera discesa, con un bel panorama che mi circonda fatto di tanta natura.
Dopo aver attraversato il ponte sul fiume Fiora, la strada s’impenna “dolorosamente “; altri 8 km di salita dura che affronto e porto a termine senza mai fermarmi in una strada costruita dentro un bosco che lo taglia in due e del quale respiro forte i profumi.
Manciano è meritevole di una visita approfondita però, non avendo molto tempo a disposizione, preferisco filare via nella lunga discesa che mi si apre davanti e che cerco di terminare il prima possibile per non vedere più lo scempio e la violenza perpetrata nei confronti della Natura.
Praticamente la strada per chilometri e chilometri è tutta un cantiere edile. Stanno “raddrizzando (!!!)” le curve (sic) per cui tutto ciò che prima era campagna o verde adesso è stato tutto spazzato via per predisporre nuovi asfalti e muri di contenimento in cemento. Vedo, inoltre, tantissimi tubi, penso in acciaio, e dalle notevoli dimensioni; la strada è polverosa per il continuo transito dei camion delle ditte appaltatrici dei lavori; che disastro.
Finalmente lascio la zona alle mie spalle ed arrivo a Marsigliana.
Preferisco proseguire oltre visto che mancano solo 25 kmall’arrivo e tutti pianeggianti; uno scherzo.
Il traffico veicolare è, come al solito, intenso e buona parte di questo è pesante; dopo la “mia” Francigenastò rientrando nella “mia” quotidianità, purtroppo.
Durante il tragitto incontro alcuni amici ciclisti con le loro bici da corsa leggerissime. La mia, invece, è già pesante in quanto attrezzata per i viaggi e ancor di più per tutto l’equipaggiamentoal seguito; come li invidio, ma come sono soddisfatto per quello che ho fatto.
Alcuni di loro si accostano, vogliono sapere ed io racconto.
L’arrivo a casa, l’abbraccio ed il calore della mia famiglia, il racconto del viaggio è l’ultimo atto di un’esperienza avvincente che mi ha coinvolto tantissimo, sia fisicamente che mentalmente e che a livello emozionale ha lasciato dentro me una traccia che non sparirà mai.
Il mio viaggio è terminato e domani si riprende la vita di sempre anche se …… “il viaggio continua” ……